due righe su un pensiero fuggente
Sono dell’avviso che a oggi, quella che io chiamo “disetimologia” sia sempre più accentuata.
L’uso di parole che
hanno perso il loro significato preciso per essere “sfruttate” in luoghi di discorsi diversi; mercato, politica, religioni.
Il doping (vedi?) delle parole per mezzo delle discipline sociali sopra citate, rende all’uomo, all’individuo, una visione distorta dei significati discorsivi e ne intacca fortemente il comportamento. Del resto basta fare attenzione ai messaggi pubblicitari o quelli politici di cui ho già detto in altri interventi.
Un esempio importante, e basilare, è quello che concepiamo “correntemente” come concetto di razza o razzismo.
Fu Linneo che attraverso la classificazione tassonomica che teneva conto della forma del cranio, naso, forma del naso e quant’altro in questa sua logica distintiva a riconoscere le diversità antropomorfiche. Questa concenzione è stata la base per molti anni per l’antropologia come studio dell’uomo. Europeus Albescens, Asiaticus Fuscus, Aficanus Niger, ecc. Categorie in base a una distinzione geografica.
Ma, Le differenze di aspetto tra individui anche appartenenti a popolazioni diverse tra loro, colore della pelle, dei capelli, altezza e altre conformazioni fisiche e associate a comportamenti e stili di vita ineguali, sono da considerarsi come parametri “esterni”, più che altro influenzate da fattori di ambiente che genetici. Questo deve inficiare, in buona parte, il concetto di razza, in quanto tutte le popolazioni hanno lo stesso corredo genetico che le fa appartenere alla specie, cambia cioè, l’afflusso con cui il nostro DNA si evolve nel proprio stato, dando adito a determinati caratteri, ma la specie resta “l’uomo” –
Abbandonare scientificamente il concetto di razza come suddivisione di diversità, mi pare oggi segno di maturità intellettuale. Farà in modo che il luogo comune di razzismo muoia definitivamente.
E’ interessante a questo proposito, giustificare, o quanto meno comprendere, la “genesi” del razzismo. Nel quindicesimo secolo, la leggenda di uomo-bestia o mostro che avrebbe abitato un mondo dall’altra parte degli oceani, o al di là delle colonne d’Ercole avrebbe resistito anche dopo i “reportage” di Cristoforo Colombo dal Nuovo Mondo, ed è proprio con la coscienza di incontrare abitanti deformi e assassini o mangiatori di uomini, che convinse i conquistadores a falcidiare e distruggere quelle popolazioni amerinde ; Incas, Aztechi, Maya ecc. Dio non li avrebbe mai confessati.
Da quel non benedetto 1492 si sarebbe compreso che oltre l’Africa c’era un immenso territorio vergine, agli occhi del vecchio continente, da scoprire e sfruttare per rimpinguare di ricchezze i Re e Regine portoghesi, olandesi, francesi o spagnoli, i quali fecero in tempo a distruggere molto di più di quanto avessero mai immaginato.
Fortunatamente fu l’Inghilterra vittoriana che con la scusa di esplorare a scopo scientifico cominciò a riportare in modo inerente i viaggi degli esploratori inviati a scoprire: come l’origine del Nilo, come le tombe faraoniche o gli usi di aborigeni nudi armati di arco o bastoni appuntiti.
Furono gli inglesi a capire, o quanto meno, a discuterne che l’uomo, poteva essere passato attraverso una lunga evoluzione, da quando aveva non più adattato la propria esistenza all’ambiente, ma al contrario ne modificava lo stato per renderlo confacente alle proprie esigenze di vita.
Immediatamente viene in mente Charles Darwin che con “l’Origine della specie” scalfiva ancora di più di quello che fece Galileo, i pilastri creazionistici della chiesa.
Continua…
maximoRed
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